Questo romanzo si associa alla parola “incubo” in modo così stretto, da non essere per me per nulla chiaro, se sono io ad averlo divorato, o se è lui ad aver divorato me.

Sull’isola tropicale, lussureggiante e magnifica, immaginata da Filippo Semplici, si avverano le peggiori paure umane, quelle a cui non osiamo nemmeno pensare per scaramanzia. Parti per quella destinazione da sogno, felice, appagato, pieno di speranze e circondato dalle persone che ami, e gradualmente inizi a perdere quello che hai di più caro, in modo inevitabile, quasi scientifico. Una minaccia indefinita, indescrivibile e indescritta, spunta dal mare per distruggere. Il motivo è quello più banale ed essenziale: ha fame.

La dimensione horror è più psicologica che fisica: assenti scene cruente ed esplicite, molto presenti fantasmi, paure, presentimenti, angosce, disorientamento, senso dell’assurdo. A rendere la storia così vicina all’incubo c’è l’insana esperienza del protagonista, che vive il dolore più intenso che si possa immaginare, con un crescente appiattimento emotivo, che rende il tutto irreale, onirico appunto. Una specie di anestesia che fa diventare attoniti e folli nella battaglia per la vita, portata avanti più per mandato biologico che per vera determinazione.

Complici uno stile diretto e sciolto e la brevità del romanzo, l’esperienza di lettura della storia è caratterizzata dalla stessa fame della creatura: veloce e vorace.

 

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