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Se ci si avvicina alla lettura del romanzo di Pavesio pensando che sia un thriller e attendendosi gli elementi caratteristici di questo genere, si viene delusi. Meno male, bisogna dire.

Sì, c’è un serial killer. Sì, ci sono rappresentanti delle Forze dell’ordine sulle sue tracce. La trama però non ha uno svolgimento convenzionale. Gli investigatori sono tutt’altro che super-intuitivi e super-scientifici, possiedono una umanità fallace e quasi mediocre. L’assassino non è l’incarnazione del male, ma è dotato pure lui di una umanità messa alla prova dalla malvagità del mondo e con motivazioni tanto crudeli quanto comprensibili. C’è spazio perfino per una componente sovrannaturale. E anche l’orrido fa capolino più volte.

Lo stile è scarno ed essenziale, quasi brullo. L’autore ha fatto la scelta di rendere inutili le descrizioni particolareggiate tanto dei luoghi quanto della psicologia dei personaggi, che devono essere intuiti attraverso i pochi indizi. Ciò rende rapida la lettura e facilita la messa a fuoco di una vicenda umana assurda, dolorosa, folle, i cui esiti non potrebbero essere diversi da quelli descritti.

In questo contesto tutto sommato fuori dalle righe rispetto all’ortodossia del thriller, la sensazione iniziale è di spaesamento e irritazione. Quando però, dopo i primi capitoli, si rinuncia ad avere aspettative di sorta e ci si affida semplicemente alla narrazione, lasciando l’autore ricongiungere tutti i fili della storia, si comincia ad apprezzarne l’originalità.

Il cuore sbagliato di Pavesio è un romanzo difficile da classificare. Proprio in questo risiede il suo valore. È una di quelle letture che non fanno rimpiangere di aver rinunciato, almeno temporaneamente, ai tracciati prevedibili di autori più conosciuti.

 

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