Mi ricordai di quella vecchia storia quando in tv sentii parlare per la prima volta dell’omicidio di Kitty Genovese. Un caso, quest’ultimo, entrato negli annali della criminologia come esempio di impassibilità dei testimoni di fronte ad un crimine violento.Erano gli anni ‘60, nel Queens, New York, quando una giovane donna venne aggredita di notte e uccisa, con un numero imprecisato di “spettatori” che udirono le sue urla per circa mezz’ora senza nessuno che si decidesse ad intervenire.

Chissà per quale strana associazione mentale, mi ritornò il ricordo di un pomeriggio di quando avevo, forse, una decina d’anni. Non accadde nulla del genere nel nostro paesino tra le colline marchigiane, ma una riflessione la dovetti fare, a proposito della facilità con cui le persone, a New York come nella nostra campagna, si deresponsabilizzano e scelgono di non agire, piuttosto che fare la cosa giusta.

Fu circa trent’anni fa. Ero una bambina e mi trovavo insieme a mio padre nel bar del paese, perché a volte così si passavano i pomeriggi festivi, a tifare per lui nel torneo di briscola. Spesso vinceva, o meglio, aveva ricominciato a vincere dopo che mi aveva ben istruito a restare immobile coi muscoli del viso. Aveva infatti attraversato un periodo di “sfortuna” nera, per scoprire alla fine che la sua sfortuna ero io, che involontariamente fornivo informazioni chiave agli avversari, come quella volta che nell’istante in cui tirò su un asso di briscola me ne uscii con un sorrisone a centocinquanta denti. Conveniva anche a me che vincesse, perché se la sorte gli girava bene, per me c’erano quattrocento lire, per fare due partite col flipper.

C’era anche un altro motivo per cui mi veniva raccomandata l’impassibilità, un motivo di ordine, come dire, etico. Durante le partite scendevano dall’alto e poi vibravano nell’aria dei bestemmioni irripetibili, benché degni di nota per la loro creatività. Chissà, forse mio padre pensava che se non avessi mostrato reazioni a livello mimico-facciale e non avessi dato segno di aver udito o di aver capito, allora la mia educazione morale non era veramente in pericolo. Fatto sta che in macchina al ritorno a casa, babbo faceva l’elenco delle cose da non dire a mamma – “Non dire che stavolta ho perso”, “Non dire che ho bevuto un bicchiere di vino”, “Non ripetere quello che ha detto tizio…”

E io … muta e sorda. Il mio silenzio e la mia complicità mi valevano due partite di flipper.

La volta che voglio raccontare, il cui ricordo mi venne suggerito dal caso di Kitty Genovese, appunto, era come sempre un pomeriggio, mi sembra di domenica, ma avrebbe anche potuto essere un altro giorno estivo, di vacanza. C’erano tutto intorno fumo, voci maschili rauche e blasfeme, vibrazioni dei tavoli su cui calavano inutili pugni, che dopo il brutale impatto lasciavano delicatamente scivolare una carta al centro.

Un uomo entrò nel bar. Credo – così è nel mio ricordo, che potrebbe anche essere deformato dopo oltre trent’anni – credo, dicevo, che fui io a notarlo per prima, tutti gli altri presi dal gioco. Mi ricordo che barcollava e tirava su col naso in modo rumoroso. Aveva i capelli che brillavano e stavano scolpiti più per una antica stratificazione multipla di unto che per il gel (ma forse, chissà, c’era pure il gel, là in mezzo). Tirando su col naso, si sedette e poi tirando su col naso ancora chiese un bicchiere di vino. Tirando su col naso, iniziò a tracannare, dandosi però un contegno quasi da signore, benché il suo aspetto lo aiutasse poco in questo senso. Era un uomo che aveva passato la sessantina, di costituzione bassa e tozza, il viso gonfio e la barba non rasata da giorni che spuntava grigia. Indossava una giacchetta malridotta. Me lo ricordo bene, dopo così tanti anni passati a non pensarci, talmente mi impressionò l’uomo che un giorno venne a turbare le uggiose contese paesane.

Chi dei presenti notò l’uomo, gli dedicò al massimo una occhiata fugace, per poi rimettere a fuoco le carte, ma io sapevo che da quel momento lo straniero era entrato nei radar. Il nostro piccolo paese infatti dedicava sempre un pronto interesse alle piccole novità e alle piccole devianze, per una sorta di inclinazione all’indiscrezione e al mormorio, dissimulato dietro la facciata ben più rispettabile del controllo sociale, quell’idea cioè che da un atteggiamento di controllo e omologazione alle aspettative della collettività dipendesse la sicurezza di tutti.

Ma il controllo sociale non c’entrava niente, a giudicare da come andò a finire questa storia.

Quello che mi ricordo più di tutto, è il clima che si venne a creare. Anche le parole dell’uomo me le ricordo, almeno nel loro senso generale, per cui per riferirle qui dovrò per forza ricrearle in una qualche misura. Ma il clima, ecco, quello lo ricorderò sempre con estrema precisione, come di un tempo che si ferma a un certo punto e rimane sospeso.

L’uomo non guardava nessuno. E nessuno guardava lui, a parte me. Aveva lo sguardo basso sul bicchiere che cullava nell’incavo della mano. Rimase così, sorseggiando il vino per un po’, poi se ne uscì, con una voce profonda e tremolante:

«Ah, misero me!»

Non una testa si voltò verso di lui, però il vociare generale calò di intensità, per rendere udibili le eventuali ulteriori esternazioni. Che infatti non si fecero attendere.

«Povero me e povera la mia coscienza, zozza come la più nauseabonda delle latrine!» Tirò su col naso e bevve un altro sorso.

Le bestemmie erano nel frattempo diventate più rare, a mezza bocca e mozzate a metà, come a non voler interferire con le meditazioni a voce alta dello straniero, che con quella semplice uscita aveva l’attenzione malcelata di tutti. Si era infatti creata una aspettativa, che la storia andasse avanti e che si scoprisse qualcosa in più su questa latrina interiore.

«Cos’ho fatto lo sa solo dio. E solo lui sa se sono perdonato o no. Ma perché dovrebbe perdonarmi, perfino con la sua infinita bontà? Questo dico io. E allora eccolo, quello che sono capace di fare, solo questo, bere, offuscare il pensiero, non pensare più.» E lasciò scendere per la gola tre quarti del vino che aveva nel bicchiere, si sarebbe detto con un sorso solo.

Le carte continuavano a scendere sui tavoli. Ormai c’erano i vincitori che gioivano con un breve sorriso e nulla più, prima di ricominciare un altro round. Erano tutti spettatori del monologo e non volevano perdersi una virgola.

Lo straniero mi fissò, quando riportò giù gli occhi e il mento dalla lunga sorsata. Aveva occhi liquidi e arrossati, non diversi dal fondo del suo bicchiere, di una tristezza che non avrei mai più visto così profonda per il resto della mia vita. Ero troppo piccola per reggere il dolore che vidi in quello sguardo, così distolsi il mio più velocemente che potei.

«Anch’io avevo una figlia, anzi ce l’ho.» Continuò quello.

A quel punto ero terrorizzata. Ero stata trascinata nel delirio, fuori dall’invisibilità, scoperta e vulnerabile. Rimasi gelata accanto a babbo, che faceva come tutti gli altri, rimase indifferente, lo sguardo nelle carte. Ricordo che ripetevo a me stessa che mai come in quel momento dovevo dare prova di impassibilità. Non c’era l’esito della partita di babbo in gioco, ma qualcos’altro che non avrei saputo meglio definire. Semplicemente sapevo che dall’immobilità dei miei muscoli facciali dipendeva qualcosa di grave.

L’uomo continuò. «Ma vive meglio senza di me. Lo stesso sua madre. Dopo quello che ho fatto … E io che ho fatto quello che ho fatto per riaverla! Per riavere la mia famiglia.» Iniziò a piangere come un bambino a cui fosse stato rotto un giocattolo. «E mio fratello! Cos’ho fatto al mio povero fratello!

Non che lui fosse innocente! Ma io … io … io che l’ho ucciso … cosa sono io? Un Caino, uno zozzo Caino!»

Neanche questa rivelazione fu capace di muovere qualcosa nei contegni degli uomini del paese. Chi stava dietro il bancone continuava a servire, chi giocava non perdeva il proprio turno.

Il tempo però era quasi immobile o almeno così lo percepivo. I turni dei giocatori a quel punto sembravano succedersi come i vuoti giri di un carillon, più che come una progressione in avanti del gioco.

«Ecco … io non sono mai stato un genio e di problemi ne ho sempre dati, per queste mie fragilità. Ma il fatto è che io ho sempre capito tutto, sono sempre stato consapevole di tutto, e questo è il guaio. Io voglio ricordarmi di tutto, fin nelle minuzie, finisco però per concentrarmi solo in un punto, e mi fisso senza speranza su quel momento che alzai la mano. Io alzai la mano su mio fratello! Vigliacco.» Tirò su col naso «Vigliacco e ancora vigliacco. Mio fratello mi metteva di fronte alle responsabilità. Lui mi ricordava il mio dovere. Lui lo sapeva sempre qual era il dovere. Io l’ho sempre saputo senza esitazioni, ma l’ho sempre accuratamente evitato. Ecco cosa sono io. Ma io mi rendo conto di tutto, so tutto. Credete forse che non abbia vergogna o rimorso?» Piagnucolava e si puliva il naso gocciolante con la manica, non avendo più nemmeno la forza di tirare su.

Il silenzio era ormai di tomba. Gli uomini fissavano le loro carte senza calarle più. I giochi erano sospesi. Ricordo che per me fu un momento terribile. Non sapevo cosa fare. Nemmeno babbo sembrava saperlo, respirava fitto e si vedeva che non era tranquillo. Io speravo che si ricominciasse a giocare. Non capivo fino in fondo, ma capivo che c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di male. Intollerabile era che non avevo alcuna rassicurazione, ero come sola fra uomini congelati. Cercavo di stare immobile anche io. Credo che non l’avrei sopportato, se l’ubriaco si fosse nuovamente rivolto a me. Sentivo un pericolo vago e terribile proprio perché indefinito.

Terribile fu quando dall’uomo salì un suono rauco e raschiante, che forse intendeva essere una risata.

«Il mondo è un vero schifo. Hanno incolpato dell’omicidio un barbone che stava da quelle parti, con disturbo di personalità che lo aveva reso effettivamente aggressivo a volte. Sta ancora in carcere. Ah ah ah! È tutto assurdo e sbagliato. Ma io mi rendo conto di tutto, so tutto. Io per primo sono sbagliato. Uno sbagliato in un mondo sbagliato. Il povero barbone sta in carcere, ah!»

Poi posò la testa sul tavolino, come per dormire. Restò così per una decina di minuti e dormì davvero, lo udii russare. Non bastò questo a ridare vita alla sala del bar. Tutti evitavano gli sguardi altrui, forse, interpreto io ora, per scansare la possibilità di dover fare qualcosa, attivarsi per qualcosa, sentirsi responsabili agli occhi degli altri. Ognuno rimase da solo con se stesso, sguardo basso e perso. L’interazione era morta, il gioco non riprendeva.

Qualcuno approfittò per alzarsi e filarsela.

Dopo un po’ l’uomo risollevò la testa e facendo fatica a tenersi sulle gambe si alzò e se ne andò pure lui. Nemmeno pagò, mi pare di ricordare, ma nessuno ebbe il coraggio di fermarlo.

Finì così, incredibilmente.

Tornando a casa, mio padre mi rivolse la stessa raccomandazione di sempre, di non dire niente a mamma. Come se ci fosse stato qualcosa di male nell’aver ascoltato la confessione, piuttosto che nel non fare nulla dopo averla ascoltata!

Ero una bambina e feci come disse mio padre. Intuivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma obbedii. La storia dello straniero rimase tra le quattro mura del bar, per quanto ne so. Fummo testimoni di una confessione. Nessuno si sentì responsabile di salvare un innocente dal carcere.

Dopo quella trasmissione “real crime” in cui parlarono di Kitty Genovese, riflettei molto, faticando a prendere sonno per diverse notti di fila, sul perché accadde. Soprattutto cercai di immaginare la condizione del barbone ingiustamente accusato ormai più di trent’anni prima. Che fine avrà fatto, mi chiedevo. Finché non smisi di chiedermelo, perché tanto non avrei mai avuto la risposta.

Quello che mi rimasero, però, furono delle conclusioni sulla natura umana, nella sua parte non condizionata dalla cultura o acquisita tramite la storia, la parte intimamente radicata insomma, quella che non differisce, nella New York degli anni ’60 rispetto al piccolo centro marchigiano di una ventina di anni dopo, rispetto ancora al lavarsi le mani di Pilato di fronte ad una massa completamente mancante di prudenza e considerazione, proprio in quanto massa. Si prova una specie di tensione nel percepire di avere un obbligo legato alle rivendicazioni della coscienza, e un fatale sollievo nel sentirsi alleggeriti di quel peso. Se in molti sono responsabili, allora nessuno è responsabile e percepire una estraneità è più facile. Ognuno poteva dire a se stesso che in fondo erano solo le parole di un ubriaco, che a finire in carcere era solo un barbone e che se nessun altro faceva niente … allora perché io dovrei?

Io non so quale sia la morale. Forse non sono nemmeno in cerca di una morale. Semplicemente mi sembrava che meritasse di essere raccontato.

Questo racconto si ispira ai noiosi pomeriggi nel bar del paese, quando ero piccola, negli anni ’80. Di reale c’è solo l’atmosfera, la ripetitiva eccitazione delle partite a carte, il senso di inutilità. Le vicende sono inventate, compresi i segreti che mio padre mi chiedeva di tenere, mamma lo giuro.

Questo racconto è gratuito!

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