La coscienza era nuda, infreddolita, stanca e persa nel tempo. Uno stato alterato, che non mi era mai accaduto prima.

Così, all’improvviso.

All’improvviso, il ricordo dell’istante prima cancellato.

Mi stranì molto la sensazione che il mondo fosse costituito quasi esclusivamente da percezioni interne: una nebbia grigia che sapeva di nausea e coordinate spaziali che piroettavano insieme al mio cervello in iperventilazione.

Quando udii la sua voce, non la riconobbi subito.

Al di là della disgustosa coltre, però, i tratti del suo viso immobili e severi mi parvero familiari, di una familiarità strana, comunque, priva di tangibilità. Contrastavano con la freschezza della sua giovane età – ventiquattro erano gli anni che le avevo dato – con la pelle liscia e rosata sulle gote e la frangia un po’ storta a coprire le sopracciglia.

“So chi sei, ma non è possibile, tu non esisti!” Pensai.

Certo che esisto! Mi hai creato tu!

Mi rispose a tono, dandomi l’immediata e atroce certezza che era capace di leggermi il pensiero.

Non mi spaventai subito, perché c’erano almeno un paio di spiegazioni logiche che balzarono alla mia mente, pronte a rassicurarmi. È un sogno, mi dissi, saranno le quattro o le cinque di mattina, sto ancora dormendo ma sto per svegliarmi ed è normale che il sogno appaia più vivido e chiaro. Dovrò rivedere la mia alimentazione serale – mi redarguii – dopo i quaranta lo stomaco non macina più tutto come prima e rimane impaludato in una stanchezza che genera mostri.

Ed ecco il risultato.

Doveva essere per forza un sogno, perché se fosse stata una fantasia, avrei dovuto essere capace di re-indirizzare la mente e rimettere a fuoco il presente.

Il tuo presente non durerà a lungo, perché vedi, io sono stanca.

Lei aveva questa capacità, di rispondere ai miei pensieri. Mi leggeva dentro, ormai non avevo dubbi. Trattandosi di un sogno, questo fenomeno non doveva stupirmi più di tanto; tuttavia mi sentii invasa nell’intimità delle mie meditazioni e la sensazione che provai fu di pericolo, di vaga minaccia. Allora, benché fosse inutile e impossibile, lo sapevo, tentai di erigere in difesa lo scudo della parola, sperando che potesse ripristinare una distanza di sicurezza tra me e lei.

“Dalia, sei solo il frutto della mia immaginazione.” Le dissi mantenendo la calma. “Tu vivi nel mio romanzo, che è finito, stampato e venduto. Fuori di lì non esisti. Ora vattene, che sto male.”

Il suo viso perse la serietà nei tratti e mi sorrise mostrando appena i denti.

Ma io sono te, cara, non puoi scacciarmi.

Aveva la fronte bassa come la mia, il naso ampio come il mio, due occhi più pronti e meno amichevoli dei miei. Anche in quegli occhi però mi riconoscevo, come se rispecchiassero sempre qualcosa di me.

Ricordavo quando me l’ero immaginata la prima volta, una figura un po’ confusa e impacciata, ma a mano a mano che scrivevo e ad ogni revisione sempre di più, le sue membra avevano preso corpo e le sue azioni erano diventate sempre più spigliate.

Ora era davanti a me come un ologramma molesto.

Con uno sguardo molesto.

E un mezzo sorriso derisorio.

Rimanemmo sospese per un tempo indefinito e lieve. Ero pietrificata, rimescolata e disgiunta dal reale. L’incredulità era svanita man mano, ma non la nebbia che aleggiava intorno a me e oltre la finestra. Lei era lì ed era vera.

“Cosa vuoi, non vedi che sto male?” Non nascosi un velo di esasperazione.

Dalia parlò, non rispondendo alla mia domanda, ma ai pensieri che mi ero appena fatta. Era questo, più di ogni altra cosa, credo, a spaventarmi della situazione.

Sì, è vero, più scrivevi e più mi sentivo forte e sicura di me. Un po’ come adesso, tu mi guardi, ti concentri su di me e mi dai spessore e forza. Mi hai dato una bella vita, mi piace molto, grazie.

“Prego.”

Ti vedo, che non stai bene. Hai l’occhio spento e la mente agitata. È da un po’ che sento che sei giù. È così che ho capito che era giunto il momento di venire a trovarti.

Ero giù. Sì, ero giù.

Depressa era la parola giusta.

Depressa, sì, è così. Sei depressa, cara amica mia. Esigi troppo da te stessa, fai troppo la seria, ti spompi velocemente. Ti vedo correre come una pazza certi giorni e non so proprio come fai, guarda.

Aveva uno sguardo beffardo ora, come di chi ti critica mascherandosi dietro parole fintamente comprensive.

Un po’ mi fece sorridere questo suo atteggiamento. Non ero forse io ad aver immaginato per lei questo modo di fare un po’ impudente e poco rispettoso delle buone regole sociali?

Sorrise ancora, aveva compreso la mia riflessione benevola su di lei. Sapeva che le volevo bene.

Invece ci sono delle cose di te che proprio non sopporto, guarda! Se ne uscì improvvisamente la mia creatura.

“Ah sì? E cosa?” Chiesi spavalda.

Il senso di vomito non accennava a diminuire e aumentò anche, quando arrivò la risposta.

Sei una persona da niente, pavida, inetta e sciocca.

Dalia scandì le parole con voce lievemente stridula e infantile. Subito dopo il suo viso divenne rilassato e soddisfatto, come se non ci fosse altro da aggiungere e la sua sparata fosse auto-evidente.

“Ma come? Io passo ore e ore delle mie nottate e delle mie domeniche per darti una vita, pure avventurosa poi, mica una vita così tanto per … e mi devo far prendere a pesci in faccia da te, ragazzina, che se poco poco avessi avuto l’hobby del pattinaggio, invece che della scrittura, nemmeno esisteresti?”

Io so tutto. Sei tu che non vuoi vedere delle cose.

“Cose che non voglio vedere … cosa? Cosa farnetichi? Non sei niente senza di me, non esisti se non ti penso. Svanirai quando mi sveglierò.” Ero infastidita oltremisura dalla sua impertinenza. Ora che le avevo fatto sapere quello che pensavo di lei, e cioè che non era niente senza la mia mente creativa, avrei voluto farla sparire, per dimostrarle il mio potere. Mi sforzai, ma non mi riusciva di cacciarla da davanti ai miei occhi. Com’era possibile?

Il mio vantaggio sta appunto in questo, cara, che tu mi sottostimi, mi vedi dei limiti che in realtà non ho. E te ne accorgerai. Di cosa sono capace lo sai benissimo, è sufficiente che ti vada a rileggere la fine del tuo romanzo. Ma forse lo dovrei considerare il mio romanzo, anche se in copertina c’è il tuo nome. I tuoi successi sono immeritati e lo sai. Ingannerai molti, ma non me.

Qui mi venne da sorridere. Era un’uscita grottesca e da fanfarona. Pensai che Dalia stesse straparlando. Forse anche lei non stava bene. O forse no, forse i deliri di grandezza me li sarei dovuti aspettare, in fondo sono congruenti col resto del personaggio. Se dovessi scrivere un sequel del romanzo, cosa mi immagino, a cosa può arrivare Dalia? Metti una ragazzina solitaria e dedita alle più contorte elucubrazioni, metti un bisogno che le appartiene da sempre di emergere … Sì, decisamente sì, il delirio di grandezza ci sta … È così.

Ah ah! Ma a chi ti riferisci, a me o a te? Deliri di grandezza! Ah ah! Sono proprio tante le cose che non vuoi vedere, cara mia! Io sono te, e tu sei me, non dimenticarlo mai! A me lo viene a dire, deliri di grandezza! Ma roba da matti!

Inaccettabile. La mia creatura mi si rivoltava contro. Certo, la situazione aveva anche un non so che di buffo. In effetti è proprio come in certi sogni che per qualche motivo sembrano avere una consistenza diversa dagli altri e solo all’ultimo, in prossimità del risveglio, la coscienza fa capolino e inizia a suggerirti che stai sognando; tu puoi continuare a goderti la scena un altro po’, ma in fondo in fondo lo sai, che la realtà è un’altra e non dovrai aspettare molto prima di riaprire gli occhi.

In questo caso però non c’erano sprazzi di un altro stato di coscienza a farsi avanti e io mi guardavo intorno per cercare una via d’uscita, trovando solo nebbia, oltre la finestra.

“Non sei reale.” Cercai di dirlo per convincermene, ma senza successo stavolta.

Mi fai pena. Io ci sono sempre stata e non vuoi vederlo. C’ero quando pensavi di risorgere mostrando talenti e ingegnosità che non ti appartenevano. Dì la verità, eri emozionata quando sul finale del romanzo ti ho mostrato di cosa ero capace. Io sono te e ti sentivo palpitare, quando ti ho cambiato le carte in tavola e ti ho fatto scoprire un finale diverso, al quale tu non avevi per niente pensato fino a quel momento. Giochiamo a carte scoperte ora: potresti affermare che il finale del romanzo l’avevi progettato fin dall’inizio? Oppure non è stata una pensata successiva?

“Io … Io no, non l’avevo programmato. Il finale è come … venuto da sé. L’ho pensato strada facendo.”

Chiariamoci bella: l’hai pensato o è venuto da sé?

“È come venuto da sé, sì, è così. Ma ne sono io l’artefice. Io!” Mi veniva da piangere. Fino a quel momento non ci avevo fatto mente locale, ma in effetti era vero, c’era stato qualcosa di strano, una specie di lampo, di intuizione improvvisa. Mentre il resto della storia era stata studiata nei dettagli, con tutti i pezzi che si incastravano perfettamente, il finale era improvvisamente cambiato, con tutti i pezzi, in effetti adesso che ci penso è proprio così, con tutti i pezzi che magicamente hanno ritrovato una collocazione, e io che non me lo spiegavo e mi dicevo che era un po’ strano, ecco, decisamente una cosa strana.

Magicamente … Ma ti senti? Adesso credi anche alla magia? Mi fai ridere. Però una cosa è vera: non eri più tu a tenere le redini della storia. A un certo punto c’ero io, nella tua mente, a suggerirti che, se mi avevi disegnato così e mi avevi dato quelle motivazioni per agire e se mi avevi portato fino a quel punto, la conclusione logica era diversa da quella che avevi scritto nei tuoi appunti. Ero io ad agire, non più tu, ma eri troppo piena di te stessa per accorgertene.

Decisi che non volevo più ascoltare la vocina insulsa.

Sogno o non sogno, provavo una inquietudine molto reale. C’era del vero in quelle parole e c’era una vibrazione di rabbia nella voce che era armoniosa e calma solo in superficie.

La mia nuca divenne il bersaglio di infiniti colpi di spillo. La nausea saliva fino alla gola, implacabile. Stavo male, avevo freddo.

“Quello che ti pare.” Decisi di sostenere l’ultima linea di difesa. “Però rimane un fatto inoppugnabile: tu ci sei perché io ti ho creato. Io sono la creatrice e tu la creatura.”

Ritenni così di aver rimesso i puntini sulle i.

Lei scoppiò in una risata per poi tornare seria a gran fatica.

Rifletti bene: ti conviene portare avanti questo raggiro? Animo, coraggio, bella mia, ci vuole coraggio per aprirsi a se stesse, per conoscersi come veramente si è. I voli pindarici servono in realtà a perdersi in un cielo fintamente sereno, per distogliere lo sguardo dalla melma. La bassezza e la corruzione si esprimono a volte anche con la letteratura, con le belle forme, con racconti di una perfezione che solo gli ingenui posso considerare vera senza mai guardare cosa vi si nasconde dietro. Ma tu e io ci capiamo, amica mia, la facciata è friabile, basta un’inondazione di verità e viene giù. Avresti mai avuto bisogno di me, il tuo alter ego brillante, avventuroso, spavaldo, che osa e vince senza incertezze, se tu non fossi una miserevole e squallida mediocrità?

Non è vero. Non è vero!

Dunque, com’è che era stato … Devo ricostruire come mi è venuta quell’idea geniale, brillante, non da tutti. Me lo ricordo bene, ero da sola a mangiare in un ristorante e meditavo sul romanzo, come mi capitava spesso. Il finale che avevo scritto non mi convinceva e mi dissi: prova a pensare diversamente … pensiero divergente.

Ero io, cara scrittrice dei miei stivali. Ero io che ti suggerivo: “Prova a pensare diversamente.”

“No, io ero sola, al ristorante e stavo riflettendo tra me e me!”

Tra te e me, vorrai dire! Io c’ero, io sono te! Il tuo finale non era solo scontato, per essere un giallo, ma non era nemmeno congruente con le premesse e non era rispettoso del mio carattere. Io mi sono sentita tradita e ho provato a fartelo capire, visto che non ci arrivavi da sola. Non potevo proprio tacere e lasciarti fare, sciagurata. Sarà anche il tuo romanzo, ma era la mia reputazione a essere in ballo. Che figura da fessa mi stavi facendo fare, insomma!

Mi vergognai della mia limitata visuale. Le parole di Dalia avevano senso, purtroppo. Avevo affidato a lei la mia autostima, avevo voluto credere che ci fosse qualcosa di lei in me, o di me in lei.

Mi misi a ridere, ridere, ridere. Era tutto assurdo, grottesco e folle.

Dalia aveva ragione almeno su questo punto, ero stata troppo seria finora. Tutto sempre troppo sul serio. Era vero, era vero. Mi faceva ridere questa cosa. Pensavo di avere avuto sempre il controllo di tutto e invece no e questo era incredibilmente buffo. Può darsi che avessi bevuto per arrivare a questo, non lo ricordavo. Non ricordavo niente di come mi fossi ritrovata così, nella nebbia. Ma so che mai avevo riso di me stessa così tanto.

Vedevo Dalia condividere con me lo stato di ilarità, come una vecchia amica.

Le volevo bene. Gliene avevo sempre voluto, ma ora di più, perché le ero debitrice di una consapevolezza senza confini.

Le misi un braccio sulla spalla come una compagna di merende.

Una saggia giocherellona, ecco cos’era Dalia. Sicuramente meno euforica di me. Un’euforia triste la mia, con un pensiero, un assillo nel sottofondo, di aver sciupato qualcosa di prezioso e irripetibile della mia vita. Sentivo le contrazioni del diaframma, per le risate che scorrevano a singulti e sapevo che se si fossero arrestate le contrazioni della risata, sarebbero sgorgate lacrime disperate.

E infatti così accadde, come se riso e pianto fossero manifestazioni della stessa emozione. Il groppo in gola salì e, saltando come un tappo, fece fuoriuscire le lacrime. Tante, copiose, libere. Il senso di nausea si sciolse, divenne liquido, defluì, sostituito da un senso di leggerezza stordita e disorientata nello spazio e nel tempo. E spaventata.

La mia sola salvezza era ricordare a me stessa che l’incubo sarebbe finito presto. Guardai il grigiore fuori della finestra domandandomi quando sarebbe arrivato, il termine della notte. Ammesso che ci fosse la notte al di là della nebbia. Non lo sapevo. Non sapevo più niente.

Se solo avessi visto anche un solo raggio sbiadito di alba, forse tutto avrebbe avuto un’altra evoluzione. Invece la nebbia densa e scura non permetteva nemmeno di intuire che ora fosse. L’orologio interno era fermo, come se anche quello, senza la giusta carica, avesse smesso di funzionare.

Era lei ad avere il controllo. Era sempre stata lei.

Non diceva più niente, Dalia. Sapeva che non ce n’era bisogno.

Dalia vedeva le mie autoaccuse diventare sempre più feroci e le mie autodifese sempre più deboli.

Mi leggeva dentro ed annuiva ai miei pensieri.

Era tutto incredibilmente chiaro, ora, e senza speranza.

Aprii la finestra, lentamente scavalcai il davanzale e mi precipitai nella nebbia, che sembrava corposa e spessa, a vederla, dimostrandosi invece inconsistente e rada, quando l’attraversai.

Mi sono voluta divertire con Dalia. Io le voglio bene davvero, all’eroina del mio romanzo, “Come il mare ad occhi chiusi”. Con questo racconto ho creato un altro personaggio, l’Autrice: diciamo un modo per ricordare a me stessa di non prendermi troppo sul serio …

 

Questo racconto si è aggiudicato il primo posto nel Premio Letterario Roccagloriosa 2017, nella sezione Racconti a tema libero.

Questo racconto è gratuito.

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